Il contesto sociale che ha preceduto l’arrivo della prima comunità sodc, segnando l’inizio della sua missione in Terra Santa, fu inevitabilmente caratterizzato dalle lotte e tensioni tra ebrei e arabi. Da qualche anno, infatti, si era conclusa la “la guerra dei sei giorni”, con la vittoria di Israele e la conseguente estensione del proprio territorio fino a Gerusalemme Est. La situazione post bellica non fu certo facile da amministrare. Infatti, il governo israeliano, pose in essere, fin dall’origine del proprio insediamento, una pressione conflittuale nei confronti della popolazione araba palestinese, sconfitta ma indubbiamente non vinta. La garanzia di una certa libertà di culto nei luoghi sacri (in specie al Monte del Tempio), fu subito contraddetta da continue incursioni di militari e di gruppi estremisti. Tali continue tensioni non fecero altro che inasprire la convivenza tra i due popoli.
Predazioni e espropriazioni, maltrattamenti e umiliazioni, erano quasi quotidiane tra i due popoli. L’ira della popolazione si manifestava in scontri violenti alla Spianata delle Moschee o sanguinosi attentati.
Non è quindi un caso che, nella loro relazione sull’andamento dell’apostolato in Terra Santa, la prima comunità sodc abbia annotato le difficoltà incontrate nel parlare di valori come la pace, il perdono, la tolleranza e il rispetto della vita umana.
Un tale stato incideva ovviamente sulle attività pastorali del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Dopo una visita pastorale condotta nel 1971, il patriarca Giacomo Giuseppe Beltritti, nella sua “relazione quinquennale del Patriarcato 1970-1975,” esprimeva preoccupazione per una situazione gravemente deteriorata, particolarmente riguardo alla fede, ai costumi e alla pratica religiosa.
A causa dello sviluppo industriale in Israele e della crescente secolarizzazione, la partecipazione alla messa domenicale era notevolmente diminuita, soprattutto nelle città. La domenica, tradizionalmente venerata dai padri della Chiesa come il “Giorno del Signore,” era diventata per molti cristiani una “giornata lavorativa” come tutte le altre.
Le cause di questa crisi erano attribuite a una mancanza di formazione religiosa all’interno delle famiglie, sempre più distanti dalla fede e dai buoni costumi. Anche i media locali, influenzati da ispirazioni ebraiche e musulmane, diffondevano idee errate sulla religione cristiana, incoraggiando i giovani ad abbandonare la fede.
Il Patriarca Latino sottolineava inoltre il declino dell’ardore apostolico in alcune comunità religiose, che stavano cedendo alla mentalità mondana, ostile allo spirito religioso.
A livello sociale, il Patriarcato si distingueva comunque nel campo dell’assistenza sociale e nella promozione di una pace giusta tra i popoli, con particolare attenzione alla promozione integrale della persona. Con questo obiettivo, furono realizzate opere sociali e assistenziali.
Alle medesime problematiche era soggetta la Custodia Francescana di Terra Santa, l’altro rilevante soggetto giuridico della Chiesa cattolica presente in Medio Oriente. Dal punto di vista spirituale e della formazione cristiana, la Custodia si è focalizzata sulla formazione e sull’approfondimento dei testi biblici e dei luoghi santi, oltre che sull’accompagnamento spirituale di centinaia di migliaia di pellegrini.
In tale contesto sociale ed ecclesiale, la prima comunità sodc si stabiliva nella casa Mater Misericordiae, posta alle falde del Monte degli ulivi, nella via Al Shayyah, tra il santuario di Betfage e la Tomba di Lazzaro a Betania, dove corre l’arteria che scende da Gerusalemme a Gerico. La scelta di Betania era stata motivata dal desiderio di qualificare la presenza della Comunità in riferimento al testo evangelico di Luca 10,38-42 . Uno stile di accoglienza operosa e contemplativa, dove Marta e Maria figurano come modelli di servizio e di ascolto.
Joseph Hoina

La prima comunità di casa Mater Misericordiae, con i fondatori Luigi Novarese e Myriam Psorulla.