I Padri della Chiesa sottolineano che la creazione del mondo costituisce un’effusione esuberante dell’amore di Dio nei confronti degli uomini. Il creato è, infatti, una manifestazione della gloria di Dio aperta alla partecipazione di tutti.
È una fondamentale offerta di comunione, che si attua nella realtà del dono. Una vita meravigliosa, diversificata e sempre nuova, è offerta agli uomini. In questa immensa “prateria”, di vita e di amore, la croce affonda le sue radici. Il male non avrà mai l’ultima parola e di fronte alla disobbedienza dell’uomo, che rifiuta la vita, Dio compie un nuovo e definitivo gesto di amore, nel dono di se stesso.
Nella liturgia quaresimale della tradizione cristiana d’oriente, davanti alla croce posta al centro della chiesa, si canta: “Ci prostriamo davanti alla croce, o Maestro, e cantiamo la tua santa risurrezione”. Croce e risurrezione stanno sempre insieme, a significare il dono di una vita feconda, che non solo si sacrifica ma, molto di più, genera.
La sofferenza non è intesa come realtà salvifica in se stessa. È l’amore di Cristo, che si dona fino alla sofferenza e alla morte, ad essere salvifico. Davanti alla croce, il venerdì santo, il credente sperimenta un sentimento paradossale che i Padri chiamano: “radiosa tristezza”. Nella serietà compunta, davanti alla morte, traspare la gioia percepita scorgendo i germogli intensi e invincibili della vita nuova. È il passaggio battesimale da morte a vita, la nascita dell’uomo nuovo, circondato di amore.
L’apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, parla del suo Vangelo “che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni” (Rm 16, 25). È bello contemplare il grande mistero dell’incarnazione mentre sorge dal grembo del silenzio eterno che lo avvolge. Il Figlio di Dio diventa uomo nella profondità abissale di una comunione perfetta, nell’eterno “silenzio” di una piena adesione.
L’assenza di ogni “rumore”, di ogni disturbo recato a quella comunicazione assoluta di vita, accompagna il Natale. La comunione trinitaria si apre alla condivisione con ogni uomo, in Cristo Gesù. Quell’eterno silenzio ci genera, rendendoci figli. Nati dall’amore e capaci di amare, possiamo vivere in comunione con Dio e tra di noi, possiamo donare noi stessi.
Vivendo da figli aiutiamo tutti a vivere come fratelli, generiamo gli altri come figli del Padre che tutti ama. “Una rinuncia o un dolore nella sequela di Cristo – scrive Hans Urs von Balthasar in un suo breve saggio – possono essere fruttuosi e carichi di significato poiché colui che soffre è stato innanzitutto reso figlio di Dio dall’eterno Figlio”.
L’eterno Figlio, il Verbo che si fa carne, realizza con Maria di Nazareth una mirabile comunione e un supremo dono di vita. Avviene anche con ciascuno di noi, nella medesima fragilità della natura umana. Vi è stupenda comunione e dono intenso anche con noi.
Incarnazione e risurrezione sono i “Misteri” della nostra speranza.
Siamo figli di Dio e la nostra esistenza, in ogni suo aspetto, è densa di una salvezza coniugata al tempo presente, nella nostra quotidiana esistenza.
L’esperienza di una salvezza è necessariamente connessa all’esperienza del limite umano, in ogni sua manifestazione, di gioia e di dolore, fino all’estremo, sofferto, della morte. Viviamo la salvezza come risurrezione, superamento certo del male e della morte.
Quando speriamo non siamo in attesa di un bene possibile, ma afferriamo un dono già presente.
(Luciano Ruga)