Introduzione

 

Nel 1950, Luigi Novarese pubblicò un articolo intitolato “Mobilizzazione degli infermi”, in risposta all’appello di Papa Pio XII rivolto ai credenti di tutto il mondo. Il Santo padre invitava a pregare e a compiere atti di penitenza per scongiurare il rischio di un nuovo conflitto mondiale (cfr. Lettera Enciclica Summi Maeroris, 1950).

Nell’articolo, Novarese utilizza immagini e frasi che possono prestarsi a interpretazioni ambigue. In particolare, quando afferma che i malati sono “destinati” a collaborare con Dio per un progetto d’amore specifico, pregando e soffrendo per l’umanità. Tale linguaggio potrebbe risultare problematico, qualora si intenda la presenza di una specifica volontà divina riguardo alla sofferenza delle persone. L’equivoco si fa ancor più evidente quando Novarese descrive la malattia come “un bene” e “utile” per la società, o quando afferma che “il Signore ha seminato il dolore… a piene mani”, affinché tutti contribuiscano alla ricostruzione della società post-bellica.

Tali affermazioni evocano una visione deterministica della sofferenza, in cui l’infermità non appare come una mera coincidenza della condizione umana, ma come un elemento essenziale dell’ordinamento divino, progettato con sapienza per un obiettivo specifico. Una simile prospettiva potrebbe risultare inaccettabile per un interlocutore odierno, più sensibile ad una volontà di bene, per quanto riguarda la questione del dolore e della sofferenza umana.

Per questo, prima di offrire un’analisi critica del pensiero di Novarese, sarà utile considerare il contesto storico e spirituale in cui egli ha sviluppato queste idee, per comprenderle appieno e interpretarle correttamente. (A continuazione, al termine di questo scritto, è riportato in forma integrale l’articolo di Novarese: Mobilitazione degli infermi del 1950).

 

Contesto storico spirituale del pensiero di Novarese

 

1. Epidemie, guerre e carestie

Dal tardo medioevo fino all’epoca che precede il Concilio Vaticano II, le epidemie di peste, le guerre e le carestie, hanno accentuato l’attenzione sul dolore e sulla sofferenza come parte inevitabile dell’esistenza umana. Come diceva Karl Max, non sono le idee che determinano la struttura del pensiero dell’uomo, ma le condizioni sociali in cui esso si trova. Questi drammi sociali dunque hanno in qualche modo portato i pii cristiani a rileggere la loro sofferenza alla luce della passione di Cristo, orientando nel contempo la riflessione teologica verso un approccio marcatamente compassionevole e penitenziale.

 

2. Santi mistici: il dolore come via d’unione con Dio

Nel corso dei secoli, all’interno della Chiesa, si sono sviluppate correnti mistiche caratterizzate da una sensibilità doloristica, che attribuivano alla sofferenza un significato spirituale profondo. Esperienze soprannaturali, come le stigmate o l’estasi, vissute da grandi santi mistici come Francesco d’Assisi, Teresa d’Ávila, Giovanni della Croce e Teresa di Gesù Bambino, Padre Pio da Pietrelcina, hanno contribuito a rafforzare l’idea che la sofferenza fosse una vocazione spirituale e un mezzo privilegiato per conformarsi a Cristo. La penitenza e l’ascesi, venivano rigorosamente praticate nelle clausure come strumenti di partecipazione alla passione di Cristo.

Nel suo capolavoro La salita del Monte Carmelo, Giovanni della Croce pone la “croce” come la via unica e necessaria per l’unione con Dio. Ai suoi figli spirituali, egli dava il seguente consiglio: “Abbraccia la Croce con amore, e troverai in essa tutto ciò che desideri; perché non c’è altra strada per giungere all’unione con Dio che quella della Croce.”

Per Teresa d’Ávila, il dolore accettato con amore diventa la più alta espressione di amore dell’anima verso Dio. Ella scrive: “Non c’è miglior segno di amore che patire per colui che si ama, e quanto più grandi sono i dolori, tanto più grandi sono le prove del nostro amore.” (Il Castello Interiore).

La mistica francese, invece, va oltre e afferma senza equivoci il valore salvifico della sofferenza. Per lei, il dolore non è solo una prova, ma un dono, un’opportunità per salvare se stessi e gli altri. Ella scrive: “La sofferenza è fonte di meriti. È una mistica moneta, che possiamo utilizzare per noi e per il prossimo. Quando un’anima offre a Dio la propria sofferenza per il vantaggio altrui, non ne perde, anzi fa doppio guadagno, perché vi aggiunge il merito della carità. Le pene che la Provvidenza ci riserva, siano dunque bene impiegate. Offriamo volentieri le nostre sofferenze a Gesù per salvare anime. Povere anime! Esse hanno meno grazie di noi e tuttavia tutto il Sangue di un Dio è stato versato per salvarle. Si salvano più anime con la sofferenza, offerta a Dio con amore, che con lunghe prediche!” (Manoscritti autobiografici, raccolti nel libro Storia di un’anima).

Sono proprio questi i termini e i concetti—”croce”, “moneta”, “offerta”, “fonte”, “dolore”, “accettazione”—che i santi mistici hanno utilizzato, e che Novarese recupererà e riprenderà nei suoi scritti e nelle sue predicazioni, indicandoli per la formazione spirituale e la comprensione del dolore umano, nella luce della redenzione cristiana.

Un ulteriore elemento, rinvenibile nella spiritualità dei primi decenni del ‘900 e rilevante per il cammino fondazionale di Luigi Novarese, è quello denominato “Apostolato della Sofferenza”. L’espressione si riferisce ad una pubblicazione in lingua francese del gesuita P. Lyonnard (L’apostolat de la souffrance, 1886). Un’edizione rivista da P. R. Plus (autore noto al fondatore del Centro Volontari della Sofferenza) nel 1926, avvicina i contenuti e le dinamiche di tale apostolato ai tempi fondazionali di Novarese. Nel testo si menziona l’Union Catholique des malades (una sorta di prototipo di quello che saranno le fondazioni novaresiane). Soprattutto, nella suddivisione teorica e pratica redatta dal p. Plus, emergono gli elementi che risulteranno tipici nella spiritualità ed azione apostolica iniziali di Luigi Novarese. Realtà e ragion d’essere della sofferenza, possibilità in unione con Cristo di rendere fecondo il proprio dolore, potenzialità dell’apostolato della sofferenza per i sacerdoti e i fedeli, le famiglie e le comunità e soprattutto per gli ammalati e gli infermi.

In particolare, nella sezione pratica del libro, si insiste sulle modalità con cui realizzare l’offerta della sofferenza, le intenzioni, l’esercizio quotidiano del dono di sé. La fondazione a suo tempo operata dal p. Lyonnard a sostegno di tale apostolato, l’Arciconfraternita del Cuore Agonizzante di Gesù, connette la questione all’ancora più diffusa e rilevante devozione al Cuore di Gesù. Con auspici analoghi a quelli di Novarese sorse in Italia nel 1948, l’opera dell’Apostolato della Sofferenza, fondata da Giacomo Gaglione, una persona disabile, figlio spirituale di p. Pio.

 

3. Devozione al Sacro Cuore: penitenza riparatrice

Luigi Novarese fu anche profondamente segnato dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù, una spiritualità che si diffuse nel XVII secolo, principalmente grazie alle rivelazioni di Santa Margherita Maria Alacoque (1647–1690). Questa suora visitandina di Paray-le-Monial, che ricevette visioni del Cuore di Gesù, raccontò di aver visto il Cuore di Cristo ferito, che le chiedeva riparazione per i peccati del mondo. Tra le richieste di Cristo, spiccavano la pratica dell’adorazione riparatrice e l’offerta delle sofferenze personali per espiare i peccati dell’umanità.

La devozione al Sacro Cuore è intimamente legata al concetto di riparazione: i fedeli erano invitati a offrire le proprie sofferenze, sacrifici e penitenze per consolare il Cuore ferito di Cristo e riparare i peccati del mondo. Saranno i padri gesuiti a svolgere un ruolo determinante nella diffusione di questa devozione, sottolineando il valore redentivo della sofferenza e la necessità di unirsi al Cuore di Cristo per salvare le anime.

Tra questi, Padre Jean Croiset, nel suo testo La Dévotion au Sacré-Cœur de Notre-Seigneur Jésus-Christ (1691), incoraggiava i fedeli a offrire le proprie sofferenze, preghiere e sacrifici come atti di riparazione per i peccati personali e per quelli dell’intero mondo, consolando il Cuore ferito di Gesù. Questa dimensione del sacrificio riparatore, divenne uno degli elementi fondanti della spiritualità e del pensiero di Novarese. 

 

4. Le apparizioni mariane: Penitenza e Preghiera

Infine, a dare forma compiuta ai contenuti spirituali di Luigi Novarese, sono le apparizioni mariane, soprattutto quelle di Lourdes (1858) e di Fatima (1917).

Il messaggio centrale di queste apparizioni ruotava intorno alla penitenza, la preghiera e l’offerta della sofferenza, come sacrifici d’espiazione dei peccati del mondo, per consolare Dio e riparare il cuore di Gesù, da essi orribilmente oltraggiato. I veggenti, di giovane età, vivevano esperienze mistiche con caratteri propri del dolorismo, divenute poi invito a soffrire in atto d’amore per Cristo e per ottenere la misericordia di Dio per l’umanità.

Il giovane Luigi cresce in questo contesto di fede e devozione popolare, che in seguito influenzerà notevolmente la sua percezione del dolore e la sua visione complessiva della persona sofferente. Più tardi, in vari suoi scritti, egli riconoscerà un valore inestimabile alla sofferenza umana, ritenendola lo strumento più efficace per raggiungere la configurazione a Cristo sofferente, nella santità.

Una variazione notevole di temperie spirituale, negli insegnamenti del beato Luigi, deriva dalla novità portata dal Concilio Vaticano II, riguardo all’impegno apostolico dei fedeli laici (LG 33, AA 3). Il linguaggio sacrificale si stempera nella considerazione del sofferente come persona attiva nell’azione evangelizzatrice. Non solo nell’offerta e nella preghiera, ma in azioni propriamente pastorali. Diventerà questo il punto più originale e rivoluzionario del suo pensiero: la partecipazione piena, attiva, degli infermi alla missione affidata da Cristo alla Chiesa. L’ammalato non deve più essere considerato come “oggetto di carità” e di assistenza, ma come “soggetto attivo” nel mondo dell’umana sofferenza. Egli riceve, al pari di ogni altra persona, lo stesso mandato divino di annunciare il Vangelo.

L’evento conciliare sembra condurre Luigi Novarese a stemperare il linguaggio sacrificale, come se la sua riflessione risultasse maggiormente esposta alla considerazione del Mistero Pasquale. La missione evangelizzatrice, pienamente riconosciuta alla persona disabile o comunque sofferente, esige effettivamente l’incontro con il Signore risorto.

 

La sofferenza è disegno divino?

Ambiguità e analisi del pensiero di Novarese

 

1. Dio è amore, non può seminare dolore né predestinare qualcuno a soffrire

L’immagine di Dio che si rivela nella Sacra Scrittura è quella di un Dio amorevole, che non si compiace della sofferenza delle sue creature, sempre vicino a chi soffre. Il male e la sofferenza non derivano da Lui (cfr. 1Gv 4, 8). Egli non è tentato dal male e non causa sofferenza a nessuno (cfr. Gc 1, 13). Pertanto non può seminare dolore né predestinare alcuni dei suoi figli a patire. Sostenere il contrario implica la considerazione di Dio come un Padre indifferente e crudele, che infligge sofferenze alle persone per soddisfare offese o particolari esigenze retributive. Questa visione contrasta profondamente con la visione cristiana, che rappresenta Dio come un padre amorevole preoccupato esclusivamente per il bene di uomini e donne. L’essere umano è stato creato per la felicità e non per la tristezza. La sofferenza rappresenta un elemento che interrompe questo schema e contrasta il piano di Dio per ciascun vivente.

Sono, infatti, molteplici, nelle Sacre Scritture, le azioni divine che mirano a salvaguardare e a tutelare l’uomo dal male. Dio si mostra garante dell’incolumità del popolo. Al Dio fedele, amante della vita, spesso l’uomo risponde con decisioni e azioni che contrastano il bene della vita. Nemmeno in tal caso si verifica, da parte di Dio, un agire negativo. Quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse l’amicizia con Dio, dice il prefazio della preghiera eucaristica IV, Dio non l’ha abbandonato in potere della morte. […] Molte volte ha offerto la sua alleanza agli uomini.

Nei Vangeli, l’atteggiamento di Gesù illustra bene questa premura di Dio per l’uomo. Egli rivela il senso della sua missione come una liberazione dalle condizioni sgradevoli nelle quali si trovano gli uomini. Nel compiere il suo programma messianico, Egli è passato tra la gente facendo il bene, sanando e beneficando quanti erano sotto il potere del male (cfr. At 10,38). È dunque assurdo affermare che Dio avrebbe pianificato o seminato il dolore per operare la salvezza dell’umanità.

 

2. Supremo valore del Sacrificio di Cristo

L’idea che alcuni individui siano predestinati alla sofferenza per la salvezza dell’umanità, svilisce il valore supremo della redenzione operata da Cristo e rende irrilevante il significato permanente del suo sacrificio. Se la sofferenza umana avesse un valore salvifico intrinseco, Cristo avrebbe sofferto invano, e con ciò verrebbe meno il carattere unico e irripetibile del mistero pasquale.

La Sacra Scrittura, al contrario, afferma chiaramente che la sofferenza di Cristo è l’unica a possedere un valore redentivo assoluto. Gesù è l’unico nome sotto il cielo per mezzo del quale possiamo essere salvati (cfr. Atti 4:12). È grazie al suo sangue che siamo redenti, ed è dalle sue piaghe che riceviamo la vita (cfr. Isaia 53:5). Il suo sangue “parla più forte di quello di Abele” (cfr. Ebrei 12:24), proclamando il dono della salvezza. Non è quindi la sofferenza umana, in sé considerata, a possedere valore redentivo, ma il sacrificio di Cristo che dà senso e valore a ogni sofferenza vissuta in comunione con Lui.

L’insegnamento della Chiesa è chiaro: come afferma la Lumen Gentium (n. 3), Cristo, con la sua passione, morte e risurrezione, ha portato a compimento una volta per tutte l’opera della redenzione. È fissando lo sguardo su Gesù (cfr. Ebrei 12:2) che il credente può comprendere e vivere pienamente la propria condizione.

Gesù ha accolto la sofferenza non come un fine in sé, ma come un mezzo per la redenzione del mondo. La sua passione e morte sulla croce dimostrano che il dolore può acquisire un valore salvifico quando vissuto nell’amore e nell’obbedienza al Padre.

Di conseguenza, solo in unione con Cristo la sofferenza umana può acquisire un valore redentivo, grazie al Battesimo che misticamente inserisce il cristiano nell’unico Corpo di Cristo, di cui Egli è il Capo.

 

3. Dio non costringe, rispetta la libertà del sofferente

L’idea di predestinazione, quale emerge dal pensiero di Novarese, sembra suggerire che Dio attribuisca ad alcune persone il dolore come un destino inevitabile e necessario per cooperare alla redenzione dell’umanità. Tale prospettiva, tuttavia, appare incompatibile con l’autentica dottrina cristiana. Tenderebbe, infatti, a negare la risposta libera e consapevole dell’uomo alla chiamata divina, riducendo la collaborazione umana a una mera costrizione.

Le Sacre Scritture attestano con chiarezza che l’atteggiamento di Dio verso l’umanità è sempre improntato al rispetto della libertà personale. Fin dalla creazione, l’uomo è stato dotato di libero arbitrio, quale riflesso della sua dignità di essere creato a immagine e somiglianza di Dio. Pur sollecitando incessantemente la comunione e la collaborazione dell’uomo nell’attuazione del suo disegno salvifico, Dio non impone mai la sua volontà, ma lascia che l’uomo risponda liberamente e responsabilmente al suo invito.

Tale dinamica è riscontrabile già nell’Antico Testamento, dove la relazione di Dio con i patriarchi, i profeti e il popolo eletto, si fonda sul dialogo e sulla libertà di risposta. Abramo, Mosè e i profeti non furono mai costretti ad accettare la missione loro affidata, ma scelsero liberamente di aderirvi, talvolta dopo un confronto interiore profondo e sofferto.

Anche nel Nuovo Testamento, la libertà rimane al centro del rapporto tra Dio e l’uomo. Gesù stesso interpreta la propria passione e morte non come un destino imposto, bensì come un’offerta volontaria e consapevole. Egli proclama con autorità:

“Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10, 17-18).

Analogamente, gli episodi dell’Annunciazione a Maria, il dialogo tra l’angelo e Giuseppe, la chiamata degli apostoli e l’adesione dei discepoli, illustrano come Dio non agisca mai in modo coercitivo, ma rispetti sempre la libertà della persona. Maria, con il suo “Fiat” pronunciato in piena consapevolezza, rappresenta l’archetipo della risposta libera e amorevole al progetto di Dio.

Ne consegue che anche gli ammalati, al pari delle persone sane, non sono predestinati al dolore come ad un obbligo imposto da Dio. Ogni essere umano rimane libero di scegliere come vivere la propria condizione. Con spirito di fede e amore, può trasformare la sofferenza in una partecipazione al sacrificio redentivo di Cristo. Non vi è alcuna predestinazione in senso deterministico: Dio non impone mai il dolore, né forza alcuno alla collaborazione, ma invita ogni persona ad accogliere liberamente la propria croce come atto di amore e dedizione alla sua volontà salvifica.

 

4. Risurrezione e speranza nel dolore

Affermare che la sofferenza sia intrinsecamente un bene utile alla società, rischia di generare una spiritualità disincarnata. Potrebbe promuovere nei sofferenti un atteggiamento masochista, che li privi di una partecipazione piena alla gioia della risurrezione, intesa come vittoria definitiva sul male e sul dolore. La risurrezione di Cristo, infatti, illumina la sofferenza con la certezza che essa non è fine a sé stessa, ma preludio alla gloria futura.

Non si tratta di negare la realtà del dolore, bensì di viverlo nella prospettiva della redenzione e della risurrezione. La vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte garantisce che ogni sofferenza avrà un termine e che la promessa di una vita piena, libera da dolore e sofferenza, è già stata pienamente realizzata nel mistero pasquale. Questo mistero diviene, per il credente che soffre, la chiave per comprendere e vivere il proprio dolore, trasformandolo in un’offerta consapevole e amorevole a Dio.

La fede nella risurrezione del Signore dona senso e valore ad ogni sofferenza, alimentando la capacità di affrontare la prova con pazienza e fiducia. Essa invita a guardare la croce non come una condanna, ma come un passaggio verso la vittoria definitiva e la gloria eterna. Il credente è chiamato a fissare il proprio sguardo su Gesù crocifisso e risorto, trovando in Lui la forza di accettare e vivere la propria condizione con amore, ma anche la capacità di testimoniare al mondo la gioia che scaturisce dalla fede nella risurrezione.

Alla luce del mistero pasquale, il sofferente comprende come ciò che è chiamato a offrire non si limita alla croce, ma include la gioia profonda e trasformante della risurrezione. Questa gioia non è una mera consolazione, ma un segno vivo della speranza cristiana: una certezza che illumina il dolore, lo trasfigura e lo orienta verso il compimento della gloria eterna.

 

Conclusione

 

Il pensiero del beato Luigi Novarese sulla sofferenza umana offre una prospettiva affascinante e complessa. Pur radicata in una profonda spiritualità, richiede un’attenta analisi critica. Mentre il suo approccio evidenzia la dignità e il ruolo attivo degli infermi nella missione della Chiesa, alcune delle sue affermazioni possono risultare problematiche alla luce della rivelazione di Dio come amore infinito e rispettoso del libero arbitrio. La sofferenza non è un destino imposto, ma un’esperienza che può acquisire senso solo quando vissuta in unione con Cristo e illuminata dalla gioia della risurrezione.

Il mistero pasquale ci ricorda che ogni croce è preludio alla gloria, e che Dio chiama ogni persona a trasformare il dolore in una testimonianza d’amore e speranza. Solo in questa prospettiva, la visione di Novarese può trovare il suo pieno compimento, ponendo l’essere umano, sano o sofferente, al centro del progetto salvifico di Dio come protagonista consapevole e libero.

Joseph Hoina

 

 

MOBILITAZIONE DEGLI INFERMI

L’Ancora: n. 3 – luglio/agosto 1950 – pag. n. 1-2

 

Il Santo Padre dalla villa di Castel Gandolfo, posta come osservatorio sul mondo, ha parlato, chiamando tutti i fedeli a pregare e fare penitenza per allontanare dalle nazioni il pericolo di una nuova guerra.

Ecco la Sua venerata parola:

«… Se pertanto la guerra, soprattutto oggi, si presenta ad ogni osservatore onesto come qualcosa di terrificante e letale, è da sperare che mediante lo sforzo di tutti e in special modo dei reggitori dei popoli – siano allontanate le oscure e minacciose nubi, che sono tuttora causa di trepidazione, e risplenda alfine tra le genti la vera pace. … Sarà cura del vostro zelo pastorale – dice l’Augusto Pontefice ai Vescovi – non solo quella di esortare le anime a voi affidate ad elevare a Dio ferventi preghiere, ma altresì ad incitarle a pie opere di penitenza e di espiazione, con cui possa essere placata la maestà del Signore offesa da tanti gravi delitti pubblici e privati ».

Se tutti i fedeli sono invitati a pregare e a soffrire, che dire di voi ammalati, destinati per un disegno particolare di amore di Dio a cooperare con Lui, pregando e soffrendo per l’umanità?

Se l’appello del Santo Padre è rivolto a tutti perché tutti hanno l’obbligo di pregare e soffrire, nel limite voluto da Dio, in modo particolare è diretto a voi, cari amici ammalati. Sono dirette a voi le belle parole dell’augusto radio-messaggio del 21 novembre scorso: « la missione che voi avete, noi con la nostra pienezza apostolica ve la confermiamo e benediciamo ».

Qualcuno ha avuto il coraggio di affermare che la malattia è un male ed un peso inutile per la società. Niente di più falso: la malattia, soprannaturalmente parlando è un bene quanto mai utile alla società.

Il Signore sempre sapiente nei suoi disegni ha mutato il castigo in tesoro; per cui mentre il male e la morte avrebbero potuto essere fonti di disperazione, con la passione di Gesù sono invece fonti di ricchezza per sé e per gli altri, sono fonti di gioia che donano a tutti la possibilità di dare, riparare, attirare misericordia su tutti quelli che si ama. Nulla è più fecondo del dolore, nulla più necessario e più potente.

È per questo che il Signore ha seminato in questo burrascoso dopoguerra il dolore a piene mani: tutti devono cooperare a ricostruire la società.

La Madonna a Fatima ha chiesto preghiera e sacrificio; uguale domanda ci rivolge il Vicario di Cristo a metà di questo Anno Santo.

Ma mentre le nazioni corrono all’armamento, Voi, ammalati invece siete già armati. Voi siete tutti mobilitati; voi siete dei volontari della sofferenza; voi avete delle forze più potenti della stessa energia atomica: voi possedete il dolore, con cui potete assottigliare e disperdere le nubi foriere di tempesta.

Non tutti comprenderanno che siete stati voi a dissipare questo immane pericolo. Che importa?

È così bello essere come il fiore della montagna che sboccia e vive solo per Gesù!

Dovete darvi da fare amici carissimi, perché ogni ammalato sia coscienziosamente al suo posto. Un soldato in trincea che non faccia il suo dovere è un disertore: un ammalato che non soffra come vuole Gesù e come vuole il Papa è ugualmente un disertore della società.

Illuminate tutti i vostri fratelli di sofferenza. Dite loro che restino tutti al loro posto di dolore, che vivano in grazia di Dio se non vogliono che cumuli di energie spirituali vadano disperse e se non vogliono essere dei disertori. Quale grave responsabilità per quegli ammalati che non vogliono comprendere la loro funzione sociale.

A nulla varrebbero i sospiri e le ricerche di compatimento; non cerca compatimento l’operaio che torna alla sera stanco dal suo lavoro, non cerca compatimento il soldato che combatte al fronte, non dovete cercare compatimento voi, consapevoli della vostra alta ed importante missione.

Rendete vivo il vostro dono, offrendo il vostro penare con parole vostre che sgorgano dal vostro cuore.

Chiamate la Madonna presso di voi affinché sappia essa valorizzare tutto il vostro corredo di meriti. La Madonna sarà vicino al vostro letto, sarà la vostra alleata che dirigerà tutti i vostri meriti al Cuore del suo amatissimo Figlio per dissipare il pericolo di una guerra.

Che nessun ammalato abbia il rimorso di essere stato un disertore e di non avere fatto del tutto per stabilire nel mondo la vera pace.

Ogni soffrente sia adunque al suo posto con Gesù Cristo per mezzo di Maria.

 

L.N.