Con la rubrica “Ritornare in Galilea con il Beato Luigi Novarese”, si propone una lettura attualizzata di alcuni aspetti degli scritti e pensieri di Luigi Novarese. L’obiettivo è renderli più vicini alla cultura del mondo di oggi. Con il trascorrere del tempo, infatti, alcune modalità espressive da lui adottate, fortemente radicate nel contesto culturale della sua epoca, appaiono oggi dissonanti rispetto al sentire comune e al linguaggio del mondo attuale. Si può affermare che nemmeno il Beato stesso continuerebbe ad utilizzarle, certamente lieto di accogliere dal magistero pontificio (cui sempre prestò massimo ossequio), dei contenuti aggiornati, necessari per accompagnare il cammino di fede delle persone sofferenti.
Ad esempio, Luigi Novarese utilizza in diversi suoi insegnamenti la metafora dei “soldati di Cristo” per qualificare l’identità e la missione degli ammalati. Un linguaggio bellico e militarista, adeguato al contesto culturale e teologico del suo tempo e radicato in una tradizionale prassi catechetica della Chiesa. Oggi tuttavia certe espressioni risultano fortemente inadeguate, persino dolorose, in un mondo segnato da conflitti, terrorismo e guerre.
Analogamente, il suo approccio fortemente positivo al tema del dolore — talvolta definito come “buono” o “utile” — può difficilmente essere inteso da quanti soffrono da lungo tempo e lottano per la propria salute.

Sarà necessario anche sottoporre ad una attenta rivalutazione, alla luce degli studi teologici contemporanei e degli orientamenti attuali del Magistero ecclesiale, alcune sue specifiche riflessioni sul senso del lavoro e del dolore. Spesso in Novarese tali comprensioni sono univocamente correlate alle conseguenze del peccato originale e ad una visione quasi esclusiva “di espiazione”.
Per questo motivo, si ritiene opportuno rileggere alcuni suoi scritti, cercando di attualizzarli, senza perdere il valore del suo messaggio. Anche la Chiesa, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, ha incoraggiato a usare linguaggio e metodi più vicini alla realtà di oggi, per rendere più efficace l’annuncio del Vangelo.
L’immagine del ritorno in Galilea coglie, dalle apparizioni post-pasquali, un invito a rileggere ogni cosa alla luce della risurrezione. Lo aveva ricordato efficacemente Papa Francesco nell’omelia della Veglia Pasquale 2021: “Andare in Galilea è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la “memoria del futuro” con la quale siamo stati segnati dal Risorto”.
Gesù risorto invita i discepoli “ad andare in Galilea”, il luogo in cui tutto ebbe inizio. In quel contesto essi sono chiamati a incontrarlo nella nuova condizione di Risorto. Una dimensione che non dovrà mai più essere smarrita, qualificando un rinnovato stile nel discepolato e nella missione.
Quasi fossero vasi sacri guastati dal tempo, ricondurre all’incontro con il Risorto i testi di Novarese è come sottoporli ad un bagno di doratura. Noi, come figli spirituali del beato Luigi Novarese, avvertiamo l’esigenza di ritornare alle radici del suo pensiero, per riscoprirne la forza, reinterpretarla alla luce di esperienze nuove e così proporre nuovi orientamenti apostolici per la nostra Associazione.
Joseph Hoina
In foto, lago di Tiberiade, Galilea