Il XXVI Convegno nazionale di pastorale della salute (Roma, 12-14 maggio 2025), dal tema ovviamente giubilare: “Con i sofferenti, pellegrini di speranza”, ha offerto una ricchezza notevole di contenuti e di modalità espressive. Pregevole nella variazione degli studi e delle espressioni artistiche che lo hanno caratterizzato.

In una delle sessioni, il direttore dell’Ufficio nazionale don Massimo Angelelli ha richiamato un iter significativo nella considerazione di alcuni “tempi” fondamentali che ineriscono alla persona sofferente. Comunicazione, cura e relazione sono le parole chiave di una dinamica che, qui a casa Mater Misericordiae (Gerusalemme est), è al centro del progetto formativo di bioetica e spiritualità: “Il plurale della cura: terapie e relazioni per la pace”.

L’iter della connessione tra i “tempi”, inizia con la legge legge 219 del 22 dicembre 2017, relativa al consenso informato. L’art. 8 definisce che “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente  costituisce tempo di cura”. La questione suona giustamente impegnativa: qualsiasi comunicazione tra medico e paziente fa parte della cura, non solo quella strettamente dovuta, per legge, a ciò che riguarda il consenso per un trattamento sanitario. Non vi sono comunicazioni tra medico e paziente che non abbiamo implicazioni curative. Ne consegue che le comunicazioni malfatte, negate, affrettate, distratte, ecc. sono dannose ai fini del processo di cura.

 

Betania. Chiesa latina di San Lazzaro

 

Nel codice deontologico delle professioni infermieristiche (aprile 2019) si chiarisce opportunamente l’ambito della comunicazione, definendolo un tempo di relazione. Così all’articolo 4, capo 1: “Nell’agire professionale l’infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Il tempo di relazione è tempo di cura”. Ascolto e dialogo fanno parte dell’agire professionale e non sono un optional per soggetti di buona volontà e sani principi. Se ci si prende cura di qualcuno, ogni momento della relazione che si instaura con il sofferente è da considerare come parte integrante della cura stessa. Una relazione ricca di ascolto e dialogo non è scontata né si improvvisa in nessuna umana esperienza, tanto più quando si sta soffrendo.

L’iter culmina nel nuovo codice deontologico delle professioni infermieristiche (marzo 2025) all’art. 4, Relazione di cura: “L’infermiere cura creando con le persone una relazione, in cui l’empatia è una componente fondamentale. L’infermiere si fa garante che le persone assistite non siano mai lasciate in abbandono coinvolgendo, con il consenso degli interessati, le persone di riferimento nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di cura è tempo di relazione”.

Muta l’ordine dei termini (cura e relazione) e il risultato deve cambiare. L’articolo ricorda giustamente che l’infermiere cura creando relazioni, ma l’elemento finale e qualificante, potremmo dire il traguardo da raggiungere, è la relazione. La relazione non è solo una qualifica della cura, ma è il bene sempre raggiungibile, la componente certa della guarigione. Vi sono casi in cui la malattia non può essere sconfitta, ma sempre la relazione può essere stabilita e migliorata. La relazione è vivere.

In un articolo pubblicato nel Regno Unito (The Guardian) Thor Pedersen, riassume gli insegnamenti appresi da una esperienza molto particolare. In 10 anni, ininterrottamente, ha visitato tutti i paesi del mondo, senza mai utilizzare l’aereo come mezzo di trasporto. Una persona che ha letteralmente vissuto un mondo di realtà, dichiara: “Una volta tornato a casa ho capito che le uniche cose che avevano mantenuto il loro valore erano le relazioni e le conversazioni che avevo avuto. Tutto il resto mi è sembrato senza importanza”.

Luciano Ruga

 

Immagine di apertura: Gerusalemme. Basilica delle Nazioni (Getsemani)