Gesù celebra la Pasqua con i suoi discepoli, in quell’ultima cena, nella sala al piano superiore. Compie un gesto denso di vita e di servizio: lava i piedi ai suoi commensali. La narrazione del gesto è solenne, teologicamente intensa nella prosa dell’evangelista Giovanni. Il testo rivela che vi è molto più di un segno di umiltà, pur già straordinario dal momento che a compierlo è il Signore.
Gesù esprime un gesto di amore radicale, ama “fino alla fine” (Gv 13, 1), dona la vita per i propri amici. “Allo stesso modo -commenta Benedetto XVI nell’esortazione Sacramentum caritatis – Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci «fino alla fine», fino al dono del suo corpo e del suo sangue”. Il gesto della lavanda dei piedi (Gv 13, 1-15) è una splendida rappresentazione del mistero pasquale. L’abbassamento nel profondo dell’esistenza umana, fino alla morte; il risollevarsi glorioso, dopo aver compiuto, per l’umanità intera, l’infinito servizio della salvezza. A questo movimento pasquale, a questo esodo continuo verso la pienezza di vita, siamo associati tutti noi. Siamo tutti partecipi dell’amore di Dio in virtù del nostro povero amore umano, vivificato nella comunione con Colui che è morto e risorto per noi.
Lavare i piedi non è solo una metafora raffigurata dal gesto di abbassarsi e innalzarsi fisicamente. Il comportamento umile di Gesù testimonia la forza straordinaria che promana dall’atto di prendersi cura concretamente. Nell’incontro reale, umile; nel tempo speso per gli altri, nella propria persona che si espone, effettivamente donandosi, si compie il mistero pasquale, si attua ancora e sempre il dono della salvezza. Amore che risana, che ravviva l’esistenza. Dono di vita che si esprime sempre, nel corpo della persona, ogni volta in cui è presente un cuore capace di amare.
Con efficace immagine, il grande vescovo di Molfetta don Tonino Bello, raffigurava la Chiesa cinta in permanenza di quel grembiule che Gesù non tolse al termine del suo umile servizio (Gv 13, 4: “prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita”). L’eucarestia ci ricorda che stiamo parlando di una presenza e non tanto di un qualcosa da fare. Vi è molta vita esuberante che si riversa sugli altri dal semplice essere presenti di persone che soffrono: non fanno nulla, ma amano con un cuore meraviglioso. “Che poi – diceva don Tonino Bello – mettersi il grembiule vuol dire soffrire, lavare i piedi alla gente, al mondo”.
Abbiamo bisogno di celebrare questo mistero. Nell’eucarestia il Cristo coinvolge fortemente l’intera assemblea liturgica nel suo movimento pasquale verso la vita nuova. Il gesto di amore di Gesù è dono totale di sé e si estende nel medesimo dono, attuato dai discepoli, in ogni tempo e in ogni luogo. È un tempo infinito da coniugare al presente. La gioia del Regno è offerta nella carne di Gesù alla nostra esperienza di oggi.
Luciano Ruga
Immagine di apertura: Santuario di Emmaus/Qubeibe. Particolare dell’abside.