Abbiamo partecipato ad una settimana di studi sulla “Terra” (Centro Ecumenico di Tantur, luglio 2025). Questione sempre drammatica nei territori palestinesi e in Israele. Chiamare “Santa” questa terra ha indubbiamente un gran fascino evocativo. Rapportato ai testi biblici, oscilla tra la tragedia di una interpretazione letterale e la verità di una esigenza relazionale.

Scorrendo i testi dell’Antico Testamento, le pagine trasudano sovente una violenza crudele, per lo più legata alla conquista della terra. I criminali del fondamentalismo religioso sionista non esitano, pertanto, a giustificare i massacri dei nostri giorni, come compimento della volontà divina. Una terra è stata promessa e quindi viene occupata ad ogni costo, come già fecero gli antichi padri.

Il testo biblico va certamente interpretato e senza dubbio la chiave di lettura cristiana esclude in modo assoluto che Dio pratichi, o consenta ad altri, l’esercizio della violenza.

Nella Bibbia leggiamo dell’immagine e somiglianza dell’uomo con Dio, ma anche di come l’uomo abbia voluto, da sempre, costruire un dio a propria immagine e somiglianza.

Riempire la terra, qualificandola a immagine e somiglianza di Dio, è il compito affidatoci (Gen 1,28). Conquistare la terra con violenza, distruzione e morte, millantando una alleanza con dio, è tra le infedeltà più perverse.

La violenza nella Bibbia descrive con chiarezza ciò che Dio non è, indicando fino a che punto possa essere falsa l’immagine di dio che l’essere umano costruisce, a proprio uso e consumo, con il pensiero religioso.

 

 

L’invito «Verso la terra che io ti mostrerò» (Gen 12,1), segna l’inizio della vocazione di Abramo e rappresenta una chiave di lettura dell’intera storia della salvezza. Dalla creazione dell’uomo tratto dalla polvere del suolo, fino alla visione apocalittica della nuova Gerusalemme, la terra si rivela come spazio di incontro con Dio, segno della sua fedeltà, promessa di comunione, ma anche luogo di prova, esodo e continua conversione.

La terra è il grembo dell’umanità, terra amata su cui Dio imprime il suo soffio. Il giardino dell’Eden, piantato da Dio stesso, è il paradigma della comunione originaria: un luogo abitato dalla sua presenza, segnato da bellezza e fiducia. Luogo del rispetto e della relazione. Luogo pervertito dall’essere umano, serrato dentro la fortezza di Babele: chiusa agli altri e inutilmente protesa verso un cielo sempre più lontano.

La storia del popolo è un continuo alternarsi identitario, che passa dal dono di essere “popolo di Dio” alla risposta infedele che ne distrugge il frutto: si ritorna ad essere “non popolo”. Un cammino di ricerca tra fallimenti e speranza. Il Dio fedele non abbandona mai la sua creatura e continua a cercarla, per ristabilire la comunione perduta.

Un popolo schiavo e senza terra in Egitto, inizia un itinerario di libertà: 11 giorni per raggiungere la terra promessa e 40 anni di rifiuto ad entrare, ostinandosi ad essere “non popolo”. (Nm 14,1-9)

Il Dio fedele è sempre pronto a riproporsi, rinnovando la vocazione originale all’immagine e somiglianza con lui. Il profeta Ezechiele (36,24-26) parla di un formidabile “trapianto”: «Vi prenderò dalle nazioni e vi condurrò nella vostra terra… Vi darò un cuore nuovo».

Solo un cuore trasformato, nell’armonia delle relazioni con Dio, con gli altri, con la creazione, diventa erede della terra. Un tale cuore è veramente “la terra promessa”, in qualunque luogo fisico del mondo si svolga la sua umana esistenza.

 

comunità sodc