Due parole, due popoli, diverse le lingue e uguale il desiderio: la pace.
Accade facilmente, a chi risiede in Terra Santa e si reca altrove, di ricevere un invito a dare una testimonianza, a condividere un’esperienza. In particolare durante tempi di crisi, come quello che stiamo attraversando, e nei contesti parrocchiali.
Alla comunità di casa Mater Misericordiae, nel mese di ottobre, sono state offerte due occasioni in tal senso, nelle contigue diocesi italiane di Vercelli e Novara: a Borgo D’Ale nella parrocchia San Michele Arcangelo, e a Carcegna, nella Chiesa di San Pietro, in un incontro per le comunità parrocchiali della riviera orientale del lago d’Orta.

Riportiamo la testimonianza di Paola Manganiello nell’incontro con la comunità parrocchiale vercellese.
Salam aleikum. Shalom. Sono espressioni che sento risuonare ogni giorno, in Terra Santa, tra le colline di Gerusalemme e il deserto di Giuda. Sono i saluti abituali in arabo ed ebraico. Sono parole che dovrebbero unire, e invece, troppo spesso, rimangono sospese tra i muri e le paure.
Io vivo a Gerusalemme est, sul Monte degli Ulivi, e da lì, guardando verso Gerico e i territori palestinesi, vedo sorgere il sole, che equanime illumina sia Gerusalemme Est (zone arabe), sia Gerusalemme Ovest (zone ebraiche). Emana il suo calore su case palestinesi e israeliane, fa brillare cupole di minareti, sinagoghe e campanili.
La medesima luce è accolta da vite diverse, che sembrano volersi sottrarre a quella unificazione quotidiana ed universale; vite che spesso decidono di essere opposte, nemiche.
Ogni mattina, davanti a quella luce mi interrogo:
Perché noi esseri umani, che respiriamo la stessa aria e camminiamo sulla stessa terra, riusciamo a dividere ciò che Dio continua a unire con la sua luce?
Come credente, e come consacrata, non posso restare spettatrice.
La pace non è un sogno per anime ingenue: è un atto di fede, una responsabilità.
È una scelta di vita coraggiosa, uno sguardo profondo verso un presente in cui, nonostante tutto, la vita è più forte della morte.
La pace è una via. Da comprendere, scegliere, percorrere.
Gesù, proprio sul Monte degli Ulivi, ha pianto su Gerusalemme.
“Se tu avessi compreso la via della pace…” (cf. Lc 19,42)
Lacrime che sembrano bagnare ancora questa città: quando risuonano le sirene di allarme, tra ebrei che corrono ai rifugi e arabi che, non avendo rifugi a disposizione, considerano come vi sia qualcuno che comunque avversi Israele. Suoni di guerra, che già rimbombavano prima della dichiarazione di indipendenza israeliana (1948), conflitto mai terminato che ancora semina morte e disperazione.
Lungo le strade si incontrano molte persone: famiglie israeliane che vivono nell’ansia di un nuovo attentato, famiglie palestinesi che vivono ai margini dell’indigenza.
Coloni ebrei, giovani e violenti, che credono di doversi impossessare ad ogni costo della terra che pretendono. Giovani palestinesi che si accontenterebbero di vivere, senza subire ingiustizie quotidiane, senza l’incertezza che avvelena il futuro.
Dietro le bandiere, le ideologie, le storie… ci sono persone.
Penso sia necessario ritrovare l’ “umanità”, per intraprendere la via della pace.
Quando guardi gli altri negli occhi, vedendo delle persone umane come te, puoi pensare che non potrà mai esserci vita distruggendo il “nemico”. Le ferite della violenza si risanano con la cura e non con un crescendo di avversione e disprezzo.
La fede, a Gerusalemme e dintorni, è continuamente messa alla prova. Quando si prega per la pace, è piuttosto chiaro che non si tratta di domandare a Dio una qualche miracolosa soluzione. Non si tratta di assumere atteggiamenti devoti, ma di resistere e tessere relazioni differenti. La preghiera aiuta a restare umani, a umanizzare gli altri senza cedere a rancori e desolazioni.
Il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ci ha ricordato più volte che la preghiera è l’unica vera forza che abbiamo:
“Noi non possiamo fermare le armi, ma possiamo impedire che l’odio entri nei cuori.”
E ancora:
“Pregare non è un modo per evadere dalla realtà, ma per abitarla con uno sguardo diverso. La preghiera ci educa alla pace, ci cambia dentro, e solo chi è pacificato può costruire la pace attorno a sé.”
Sono parole che mi accompagnano ogni giorno. Il dolore è una sfida e la risposta vincente ha le radici solide della fede, lo sguardo coraggioso e profondo della speranza.
Operare per la pace non significa subire con rassegnazione l’inevitabile, ma camminare nella verità, vivendo e rivendicando il primato della giustizia.
Quando la notte scende sul Monte degli Ulivi, le luci dell’uomo si riflettono sulla città.
Nella quiete vespertina, scorgendo i luoghi di culto delle diverse religioni e confessioni cristiane, mi sembra che Dio continui a dire: “Io sono qui. Non vi ho abbandonati.”
E capisco che, nonostante tutto, questa Terra è ancora una culla di speranza.
Forse la pace non arriverà con un trattato o tracciando nuovi confini.
Forse nascerà da piccoli gesti: un medico che cura senza chiedere da che parte stai,
un insegnante che parla di rispetto, una madre che insegna a suo figlio a non odiare.
Sono gesti in cui Dio continua la sua opera di salvezza.
In questo mese di ottobre, mese missionario e del Rosario, potremmo concludere con un’invocazione alla Vergine Maria, a Nostra Signore Regina della Palestina e della Terra Santa, Regina della Pace:
Maria, Madre della tenerezza e della speranza,
Tu che hai conosciuto la paura e il dolore,
che hai visto tuo Figlio piangere,
guarda i tuoi figli che vivono nella divisione e nella guerra.
Tu che hai camminato per le strade di questa Terra,
raccogli le lacrime di ogni madre, di ogni bambino, di ogni anziano solo.
Insegnaci a non stancarci di pregare, di credere, di amare.
Fa’ che le nostre mani diventino strumenti di pace,
che i nostri cuori imparino la lingua del perdono,
e che dalle pietre ferite di questa terra possa rinascere la vita.
Maria, Regina della Pace, intercedi per noi e per tutti i popoli che abitano la Terra Santa,
perché la tua luce materna accompagni il cammino dell’umanità verso il giorno in cui Salam, Shalom e Pace saranno finalmente una sola parola, pronunciata da tutti.
Amen.