Ci permettiamo di modificare il tradizionale augurio francescano: “pace e bene”, per stabilire una interessante equivalenza. Aggiungiamo semplicemente un accento: la congiunzione diventa un verbo ed invece di due cose buone (la pace e il bene) ce ne rimane una sola: la pace.
Ciò che perdiamo in quantità, lo possiamo comunque recuperare in profondità ed esperienza di vita, ampliando la considerazione di ciò che chiamiamo pace.
Se questa parola può essere uguale alla parola “bene”, quando ancora non riusciamo a fare la pace possiamo comunque esercitarci nel fare il bene.
In effetti la pace è una questione difficile, non solo a livello internazionale o nei tragici conflitti che insanguinano questo nostro tempo. Sappiamo che non è facile essere in pace con noi stessi o riconciliarsi con un vicino di casa molesto.
Magari ci scusiamo con qualcuno per fare la pace, senza però mutare gli atteggiamenti che sono risultati nocivi. Superiamo forse un episodio, ma conserviamo un modo di essere negativo.
La pace nel mondo può comunque, come approccio generale, essere facilmente gestita fuori di noi. Sentiamo sdegno per la violenza, la sopraffazione. Ci indigniamo per la violazione dei diritti umani, per gli abusi e gli indici di crescita economica, misurati sulla pelle di innumerevoli vittime.
Poi consideriamo che purtroppo non possiamo fare nulla, non abbiamo un seggio alle Nazioni Unite (che sarebbe comunque inutile) e sospettiamo che se dovessimo intervenire in modo coercitivo (contro le parti in conflitto) ci troveremmo anche noi a dover esercitare la violenza. Cosa che non ameremmo certo fare.
Se siamo credenti, potremmo ritenere che pregare sia una buona soluzione. Se non succede niente possiamo comunque moltiplicare le nostre preghiere e rifugiarci in una qualche giustificazione religiosa inerente ai “tempi di Dio”, a “imperscrutabili disegni divini”, o altre sovrannaturali strategie…
Accompagnati dalla preghiera, potremmo anche lasciarci cogliere dalla considerazione che, pur non potendo far niente di efficace per la pace tra le nazioni in conflitto, potremmo dedicarci alla pacificazione del nostro mondo relazionale. Ci affacceremmo su un sentiero molto impegnativo perché possibile.
Vi sono certo anche forme dirette di impegno per la pace nel mondo, che possono comunque toccarci nel vivo e non solo nelle intenzioni. Ad esempio la partecipazione a una marcia per la pace. Cammina, cammina, potremmo renderci conto che l’adesione ideale ad un valore non può restare fuori di noi.
Al termine della preghiera o della marcia, trovando un poco di tempo per restare soli con noi stessi, potremmo scoprire che alberghiamo sentimenti non molto pacifici (pur favoriti da santa indignazione) verso chi riteniamo responsabile di un conflitto, verso chi ha compiuto un crimine.
Rieccoci quindi al nostro modo di essere, ai nostri atteggiamenti più radicati, dove facciamo più resistenza al cambiamento.
Davvero amiamo la pace?
Se la risposta è: “sì”, possiamo scoprire una grande quantità di occasioni per promuoverla.
Ogni pace ritrovata o generata nel nostro mondo relazionale, offre un contributo concreto alla pace nel mondo. Sarà pure una goccia nel mare ma, vista la complessità sconfinata di tale mare, perché disdegnare la goccia?
Tanto più che certamente serve a noi e a chi vive con noi, per intessere migliori relazioni e dare qualità all’esistenza.
E il bene?
Lo abbiamo considerato come pratica propedeutica al raggiungimento della pace, percepita come un traguardo difficile.
Se non riesco ancora a fare la pace (con me stesso, con i famigliari, con il vicino di casa…) posso almeno fare del bene a me stesso, ai famigliari, al vicino di casa.
Se fatico troppo a fare del bene agli altri (quelli malvisti), se in me stesso ci sono conflitti nascosti nell’ombra, posso comunque fare “bene” le cose che faccio. Pulire bene, cucinare bene, farmi curare bene, dormire bene, ricercare qualità in quello che vedo, ascolto, dico o scrivo.
Ogni bene perseguito, favorito, raggiunto, ricercato, accolto o pronunciato, è un importante contributo a favore della pace.
Non saremo candidati per il premio Nobel in questo ambito, ma verremo premiati con una vita migliore, più serena, attenta ai valori; consapevoli del bene che riceviamo, più inclini a favorire gli altri con il bene di cui siamo capaci (e che cerchiamo di incrementare e migliorare).
Se riusciamo a vivere e far vivere bene, saremo capaci di vivere la pace.
Certamente non “staremo in pace” nel senso di una esistenza senza fastidi e impicci. Anzi, la cura di noi stessi e altrui ci affaticherà e stimolerà in continuazione.
Saremo, invece, donne e uomini di pace, testimoni del Signore risorto che, non a caso, si rivolse ai suoi discepoli (rinchiusi senza pace in un cenacolo) annunciando quel bene che è la pace: “Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. (Gv 20,21)
luciano ruga
Nella foto: Beit Sahur. Cappella dell’Annuncio dei Santi angeli ai Pastori (1954). Particolare della facciata.