“Ritornare in Galilea con il Beato Luigi Novarese”
Dall’esame degli scritti editi del Beato Luigi, emergono due citazioni della Galilea. In entrambi i casi si tratta di una indicazione geografica, relativa all’opera evangelizzatrice di Gesù, prima dell’evento pasquale.
Ci soffermiamo ad esaminare i contenuti di un articolo di mons. Novarese cui inerisce la prima menzione, dal titolo: “Gesù è il grande paziente che insegna con il suo esempio come valorizzare le sofferenze di tutte le età”. (L’Ancora nell’unità di salute: n. 1 – 1983 – pag. n. 7-19).
L’articolo segue l’orientamento esplicitato dal titolo e si apre sottolineando le prove certe dell’esistenza storica di Gesù e la fondatezza del valore salvifico che questa ha rivestito per l’intera umanità.
Vi leggiamo due definizioni al riguardo; Gesù:
“È l’uomo Dio, che si è addossato le colpe di tutta l’umanità e le ha espiate. Ce lo dimostra la storia e la fede. La storia indica la persona, nata a Betlemme, vissuta a Nazareth, che ha svolto un’opera di evangelizzazione nella Galilea, Samaria e Giudea ed ha concluso la Sua esistenza a Gerusalemme, condannata alla Crocifissione sotto Ponzio Pilato e risorta al terzo giorno”.
“È il Figlio di Dio, nato da Maria Vergine per redimerci dal peccato e ridonarci la vita di Dio, perduta con la disubbidienza dei nostri progenitori. Quale l’effetto della Sua passione e morte e conseguente nostra liberazione? Non soltanto ha pagato Lui il riscatto, ma rendendoci partecipi della vita di Dio, attraverso il Battesimo, ha vinto la morte con la Sua risurrezione ed ha dato al dolore il significato positivo di mezzo di salvezza”.
Prendiamo le due definizioni e rechiamoci in Galilea, leggendole alla luce della Pasqua. Soprattutto la seconda (un po’ più “teologica”) si presta a considerazioni interessanti.
Andiamo in Galilea, dopo la Pasqua, per dare più spazio alla questione del dolore. Nell’articolo che stiamo esaminando, l’argomentazione di Novarese la restringe, un po’ troppo, dentro rigide premesse. Da un lato riducendo l’esperienza umana del dolore a puro castigo divino (tuttavia il dolore qualcosa pure insegna o esprime, a prescindere dalle credenze di chi soffre).
Dall’altro forzando il dolore, la sua causa e la sua soluzione, dentro una comprensione quasi interamente espiatoria.
L’essere “mezzo di salvezza”, come lo stesso Novarese annota, è consequenziale non solo al pagamento sacrificale di un riscatto, ma soprattutto all’evento vitale della risurrezione.
Pur riconoscendo la quasi totale enfasi del Beato sul dolore castigo e prezzo del riscatto, nello scritto la risurrezione resta ovviamente un luogo di vita inevitabile. “Chi ha dato significato e forza di redenzione, che equivale a dire forza di vita, al dolore, è Nostro Signor Gesù Cristo, il quale l’ha chiamato ad uscire dalla sua disperata inutilità e l’ha fatto diventare fonte positiva di bene”.
Forza di vita, dunque, tratto dolente di un percorso comune e universale dove la “vita” continua a resistere, potendo trionfare sul non senso e sulla morte stessa.
Portando con noi in Galilea (dopo la Pasqua) il beato luigi Novarese, possiamo approfondire i suoi scritti sviluppando, al tempo presente, i benefici della vita nuova del risorto a favore dell’essere umano.
“Gesù Cristo, incarnandosi ha unito a Sé tutta l’umanità ed unendola a Sé, le ha comunicato, proprio in forza di tale unione, la propria vita divina, rendendoci partecipi di essa, e ancora perché a Lui uniti per il riscatto offerto a tutto il genere umano ci renderà partecipi della sua risurrezione”.
Ben oltre il riscatto, siamo partecipi della risurrezione di Cristo già adesso, superando il dolore sperimentiamo una forza di vita che ci trasforma. Siamo già capaci di risurrezione senza dover aspettare la nostra morte.
Luciano Ruga
Nella foto: Galilea, Tabgha, santuario del Primato di Pietro, visita di alcuni appartenenti alle comunità dei Silenziosi Operai della Croce.