Siamo tutti sportivi. Così, di natura, senza bisogno di praticare una specifica disciplina.
È una delle tesi che intessono l’argomentazione di “Viva lo sport”, un libro articolato e coerente, pubblicato dalle Edizioni CVS a firma di Carmine Di Pinto.
Non è un caso che tale editore, stabilmente attento alle tematiche inerenti all’umana sofferenza, abbia pubblicato un libro sulla pratica sportiva. Fin dall’introduzione, infatti, il testo riconosce un legame profondo e inevitabile tra sport e vita. Ancor più la disciplina sportiva è colta nel suo carattere “agonistico”, connaturale al superamento, votata alla vittoria. Nello sport, si è chiamati ad essere vincenti a tutto campo, anche nelle situazioni di malattia e di sofferenza.
Come elemento proprio della vita dell’essere umano, la competizione sportiva non può subire riduzioni limitanti, per una vittoria finalizzata al guadagno economico, alla gloria di una medaglia o di un titolo nelle cronache. Lo sport è un profondo impulso a vincere, su se stessi, sui propri limiti, sui propri egoismi, a vincere sempre, a risorgere.
Non deve stupire che, considerando la pratica sportiva, il libro esplori dimensioni così radicate e universali. Nella sua prima parte, il volume narra una storia, quella di Luigi Gedda, il Fondatore del CSI (Centro Sportivo Italiano). Il dottor Gedda è stato un grande studioso di genetica, oltre che un infaticabile organizzatore di eventi sportivi. Sembra quasi che, studiando le radici della vita, Gedda abbia riscontrato la presenza di una “protocellula sportiva”, un carattere ereditario molto sano, capace di rendere migliore la vita delle persone.
La dedizione di Gedda a questa rivoluzionaria scoperta scientifica (lo sport migliora sempre la vita) viene presentata nella prima parte del libro: “Viva lo sport. Una storia che ci arricchisce”. Il ragionamento che sta alle origini del CSI è molto semplice. Nell’Italia del dopoguerra era necessario risollevare una società ferita e divisa, i giovani dovevano essere i protagonisti di una rinascita, lo sport era ciò che certamente avrebbe aggregato ed educato i giovani. Quindi: sport per tutti.
Nella biografia di Luigi Gedda troviamo un tratto del cammino in cui si sovrappongono le orme di un altro Luigi, Novarese, fondatore del CVS (Centro Volontari della Sofferenza). Questo passaggio avviene in un “luogo” ben preciso, identificato da un nome che parla di sofferenza e di superamento: il Getsemani.
Il fatto merita una citazione diretta dal testo: “C’è un luogo, silenzioso e appartato, che segna una svolta nella sua vita interiore: un giardino sul Celio, a Roma, all’interno del convento dei Padri Passionisti. Era il 1940: Gedda, allora ufficiale medico in licenza, si trovò a sostare davanti a una statua del Cristo inginocchiato nell’Orto degli Ulivi. Sulla base, una frase incisa nel marmo: «Non mea voluntas sed Tua fiat» – «Non la mia, ma la Tua volontà sia fatta». Quel momento lo accompagnò per sempre. Da allora, ogni scelta, ogni impegno, ogni fatica – compresa la fondazione del CSI – venne letta e vissuta alla luce di quella notte getsemanica. Il dolore come offerta, la vigilanza come scelta morale, la fatica come possibilità di redenzione: da quel giardino in penombra, Gedda comprese che ogni gesto quotidiano partecipa al mistero della salvezza”.
Alle radici del CSI ci sono dei vocaboli che hanno il sapore della spiritualità portata avanti dal CVS, cammini associativi coevi negli ‘40 del dopoguerra. C’è di più, scrutando storie e vocaboli. Gli archivi dell’associazione di vita consacrata, fondata dal Beato Luigi Novarese, con il nome Silenziosi Operai della Croce”, conservano il dattiloscritto di una prima regola di vita. Il titolo menzionava i “Silenziosi Operai del Getsemani”, poi corretto manualmente in “Silenziosi Operai della Croce”. Senza confondere i due “Luigi”, va certamente riconosciuta una temperie spirituale comune.
A riprova della coerenza del libro, dove il dato storico evidenzia i germi di idee in continua evoluzione, la spiritualità del Getsemani viene ripresa nella seconda parte, dal titolo: “Vivo lo sport. La vittoria che ci piace”. Quasi un manifesto dedicato ai germi più fecondi delle intuizioni di Gedda, questa parte evidenzia i valori identitari che stanno alla base del CSI (e di ogni persona che voglia arricchire sportivamente la propria vita).
È “lo sport che ci piace” (come recita un capitolo), “Lo sport non nasce per dimostrare qualcosa, ma per esprimere un gesto primordiale: un corpo che si muove, un’energia che esplode, un desiderio di contatto e sfida. È un atto che precede la parola e si sottrae – nella sua gratuità disarmante – alle logiche dell’efficienza e dell’utilità”.
Universale e promuovente, lo sport ha di certo una sua spiritualità. Protagonista è il “corpo che ci fa stare bene”, una sfida a cui nessuna persona provata dalla sofferenza può sottrarsi.
Torniamo all’orto del Getsemani (Marco 14,32-42 e testi paralleli sinottici): “Agonia e agonismo, la stessa radice semantica ci consegna la medesima esperienza di superamento. Entrambe sono appassionatamente indirizzate a trascendere un ostacolo negativo, al raggiungimento della vita, del bene, di una salute che si compie in una piena salvezza.
Nell’orto del Getsemani Gesù vive un abisso di angoscia e di paura. Ma proprio lì riconosce che la volontà di vita e di bene, presente in Dio Padre, è più forte di ogni male e di ogni morte. In quell’agonia ritrova senso e forza vitale, affidandosi con pienezza a una dimensione insieme umana e divina. Così risorge: si sottrae alle tenebre e si apre al traguardo finale, la vittoria definitiva, la pienezza indistruttibile della vita”.
Agonismo, superamento, trascendenza, vita nuova, una pagina di risurrezione che tutti vorremmo sottoscrivere.
Il libro si chiude con la questione educativa. Come un basso continuo tale aspetto è sempre sotteso ad ogni pagina. In tale ambito merita di essere sottolineata una lettura approfondita di ciò che unisce educazione e sport. “Lo sport è parte di noi, una componente del nostro essere umani. Quando ci educhiamo, anche questa dimensione sportiva cresce, migliora, si educa”.
Senza rinnegare la funzione educativa dello sport (“educare con lo sport” è uno slogan proprio del CSI) il testo coglie un compito più radicale e importante: “Educhiamo lo sport che è in noi”.
Leggendo il libro, pagina dopo pagina, dalla storia ai valori, emerge con chiarezza che è proprio questo l’insegnamento di Luigi Gedda. Vissuto a suo modo, nel suo tempo. Lasciato come eredità imperitura, aperta e rigogliosa, per mille fioriture differenti.
Luciano Ruga