Il dolore lo conosciamo tutti. È una esperienza che eviteremmo davvero molto volentieri, ma non è possibile. In un modo o nell’altro ci appartiene e lo dobbiamo vivere. Nelle pagine del libro di Isaia emerge la celebre figura del servo sofferente, pronto a parlarci soprattutto dai testi liturgici della Settimana Santa. Lungo i cinque “canti” che narrano di lui, in un crescendo di violenza e dolore, il servo ammutolisce nella morte, mentre paradossalmente la sua vicenda aumenta di eloquenza, diventa parola di un’esistenza che salva (cf. Is 53, 3.6.10-11).

Più che esito religioso di sacrifici e di offerte, è una salvezza che si realizza nella capacità di vivere e condividere, nel momento in cui vita e condivisione diventano sempre le parole della nostra risposta, davanti a qualsiasi situazione. Non che sia facile vivere così, ma è una mossa vincente. Smettiamo di sperare nella salvezza e cominciamo a viverla, convinti di averla già in noi e attorno a noi.

Intanto cominciamo a prendere coscienza dei nostri limiti, del nostro dolore, della nostra condizione vulnerabile. Lo sappiamo bene, ma dovremmo cercare di averne una consapevolezza più profonda ed estesa.  Non dobbiamo solo averne notizia, ma accrescere in noi una certa saggezza al riguardo, frutto di esperienza e di riflessione. Limite e sofferenza sono parte di quello che siamo, componente naturale del nostro essere umani.

Consideriamo allora come possiamo vivere questa condizione, che è comune a tutti. Domandiamoci come “portiamo il nostro dolore”.

Qualunque sia la risposta cui siamo giunti, portare il nostro dolore senza apertura verso gli altri è un’impresa fallimentare. Se siamo scarsi di vita e di condivisione, la salvezza non la incontriamo e invano resteremmo in attesa.

Ci aiuta il nostro corpo, proprio lui, quello che, quando duole, vorremmo non avere. Il nostro corpo dipende da altri corpi e altri corpi dipendono da noi, dal nostro corpo, da come viviamo la nostra realtà personale. È proprio il nostro limite (i confini del nostro corpo) a rendere possibile la nostra vita e la nostra azione, nelle relazioni con gli altri. Il dolore ci fa concretamente consapevoli di questa realtà umana che ci unisce ad ogni essere vivente.

Stiamo cercando di aumentare la nostra consapevolezza, positiva e responsabile; sia del nostro dolore come esperienza universale e naturale, sia del modo con cui lo viviamo, con cui ce ne facciamo carico.

Scopriamo una grande realtà, piena di significato, bellezza ed energia. Il nostro corpo ci assicura del fatto che siamo partecipi della grande aspirazione alla vita, che anima l’intera creazione.

Così i nostri corpi sono canali di solidarietà con il prossimo. Canali profondissimi che sussistono anche quando non ne siamo consapevoli. Anche una persona in stato di coma è attiva in questa solidarietà essenziale con gli altri.

Quando alimentiamo il nostro desiderio di vita, ci facciamo carico del dolore altrui. Desideriamo talmente tanto il bene della vita, che non ne accettiamo l’assenza, tanto nella nostra quanto nella vita altrui.

 

 

I familiari dei giovani morti tragicamente nell’incendio del locale pubblico in Svizzera, la notte di capodanno (Crans Montana, 1 gennaio 2026), hanno spontaneamente riconosciuto ed espresso il legame di una condizione comune (la perdita di una persona cara).

Tale comprensione, e relativo vissuto, si sono estesi al sentire generale, a livello mondiale: quei ragazzi sono stati considerati “figli di tutti”, parte della vita dell’umanità intera.

Il nostro corpo, esposto alla fragilità e quindi vulnerabile, è anche soggetto attivo di felicità, passione, amore. Il nostro corpo è garanzia di valore, possibilità sempre molto concreta di condurre una vita buona, una vita in pienezza. Con il nostro semplice “stare” (essere presenti), in qualsiasi situazione, siamo partecipi della vita e della sofferenza degli altri. La nostra “passione” nella vita, genera vita. Proprio come avviene durante un parto.

Con rispetto e fatte le debite proporzioni, accostiamo al “servo” un altro testimone, nostro contemporaneo. Il Maestro Giovanni Allevi è stato affetto da un mieloma, ha esposto le sue riflessioni in un libro ed ha realizzato un’opera musicale “Concerto MM22 per violoncello e orchestra d’archi”.

“La mia missione, adesso, è quella di dare dignità al dolore, dignità alla sofferenza. Cioè, far capire che il dolore, la sofferenza, di qualunque tipo, rappresentano il nocciolo più profondo dell’essere umano, in una società antalgica che invece rifiuta il dolore. E così regalare in qualche modo un piccolo sollievo alle persone che stanno vivendo una sofferenza di qualunque tipo, anche una depressione, una dipendenza, perché è quella la dimensione autentica. Che ci unisce. Si entra in una bolla di autenticità, in un mondo che ha perso completamente autenticità”. (intervista pubblicata da Vanity Fair, 4 aprile 2025).

Se vogliamo qualcosa di un poco più “teologico”: “Dentro di noi esiste un principio infinito, precedente al nostro dolore, che non si fa scalfire da nulla. E nel momento in cui percepisco in me questa grandezza, che paradossalmente è il dolore che mi fa vedere, si apre la magnificenza di Dio”. (Intervista pubblicata da Avvenire, 3 giugno 2025).

Mi faccio carico del dolore altrui quanto sono attento a generare vita, proprio dove non c’è, dove è più minacciata. Divento testimone (con la forza della mia concretezza corporea) della vita che vince la morte. Vivo la salvezza, sono un testimone della risurrezione.

Luciano Ruga

 

Immagine di apertura: Gerusalemme, Casa Mater Misericordiae: raffigurazione in bronzo del Sacro Cuore
Immagine all’interno: Wadi Qelt, Monastero ortodosso di San Giorgio in Koziba