Sulle bocche abbonda certamente la pace, in ogni tempo. Soprattutto in occasione di un conflitto armato.

Vi è, certamente, una certa dose di abuso del termine. C’è anche chi, scatenando guerre e violenza a proprio vantaggio economico, ha preteso di auto-candidarsi al premio Nobel per la pace.

Preghiere per la pace, marcia per la pace, manifestazioni pro qualcuno distruggendo qualcun altro, accordi di pace, truppe armate per mantenere la pace… il campionario pacifista è veramente ricco e articolato.

“Curano alla leggera la ferita del mio popolo,
dicendo: “Pace, pace!”, ma pace non c’è”.
(Ger 6,14)

Il profeta Isaia, invece, ci presenta una particolare iniziativa di Dio al riguardo: mettere la pace sulle labbra degli afflitti, dove, in effetti, non è molto presente.

“E ai suoi afflitti io pongo sulle labbra:
“Pace, pace ai lontani e ai vicini – dice il Signore – e io li guarirò”».
(Is 57,19)

 

 

L’afflitto, oltre ad avere cause oggettive che ne rendono grama l’esistenza, ha lo stato d’animo alterato negativamente. È messo male e ne soffre, si affligge, ha talmente poco da sperare che la parola pace può persino risultargli molesta.

Pensiamo ai palestinesi nei villaggi della Cisgiordania. Quotidianamente subiscono violenza dai coloni israeliani, che percuotono, uccidono, devastano coltivazioni, incendiano proprietà, per allontanarli dalla terra e occuparla abusivamente.

L’esercito israeliano, deputato per legge a tutelare un minimo di giustizia nei confronti delle popolazioni che hanno subito l’occupazione militare, interviene con il lancio di lacrimogeni… contro i palestinesi. Anche chi riuscisse a contenere sentimenti di avversione violenta e a coltivare un indomito desiderio di resistenza non violenta, farebbe fatica a trovare pace, nel cuore e sulle labbra.

Che la pace del cuore fiorisca sulle labbra, è un’aspirazione molto bella e poetica. In certi casi, tuttavia, sembra non essere la migliore traiettoria. Uno magari ha pure la pace nel cuore, o quanto meno il sincero desiderio di essa, ma certe situazioni la fanno andare “di traverso” a lui e in chi gli sta vicino.

Vale la pena di considerare un percorso diverso, come quello suggerito da Isaia. Iniziare dalle labbra. Il credente sperimenta la possibilità di ricevere la pace, non come risultato di una ricerca personale, ma come un dono, una forza trascendente. Ovviamente la cosa non finisce qui. Sarebbe piuttosto inutile, un ulteriore e sterile parlare di pace.

La pace sulle labbra, dono trascendente, è un compito, una missione. Diventa, nell’accoglienza attiva degli afflitti, pace ai lontani e ai vicini, a chi non vediamo mai (piuttosto facile essere in pace con loro) e a chi incontriamo tutti i giorni (impegnativo laboratorio per la pace).

La missione di pace posta sulle nostre labbra, si estende anche ai lontanissimi, ai nemici. La pace – come diceva Tonino Bello – “è “per-dono”. Un dono “per”. Un dono moltiplicato. Un dono di Dio che, quando giunge al destinatario, deve portare anche il “con-dono” del fratello. […] Solo chi perdona può parlare di pace. E a nessuno è lecito teorizzare sulla non violenza o ragionare di dialogo tra popoli o maledire sinceramente la guerra, se non è disposto a quel disarmo unilaterale e incondizionato che si chiama “perdono””.

Tra i frutti di questo “disarmo unilaterale” vi è certamente anche la pace del cuore. Scenderà dalle labbra, lentamente, efficacemente. Frutto di una vita pacifica, di atteggiamenti quotidiani e radicati, di fatiche generose, davvero rivolte al bene altrui. Una pace esercitata, forse sudaticcia e stropicciata, ma autentica e capace di mettere radici, nel cuore.

Luciano Ruga

 

Immagine di apertura: Betania, area della Chiesa di San Lazzaro.
Immagine all’interno: Gerusalemme, Getsemani.