di Paola Manganiello

 

Tra le fonti più significative per la conoscenza della liturgia antica, l’Itinerarium Egeriae occupa un posto privilegiato. Il diario della pellegrina Egeria, vissuta intorno alla fine del IV secolo, ci descrive con precisione la vita liturgica della Chiesa di Gerusalemme, offrendo una testimonianza diretta delle celebrazioni della Settimana Santa: “la grande Settimana”.

Quello che rende questo testo particolarmente rilevante non è soltanto il valore documentale, ma la visione teologica che emerge dalle sue pagine: una liturgia profondamente radicata nei luoghi della storia della salvezza, in cui tempo e spazio risultano inseparabili.

Dal Monte degli Ulivi, dove si trova la nostra comunità di casa Mater Misericordiae, condividiamo alcune riflessioni sulla liturgia della Settimana Santa, accingendoci a celebrarla, in un tempo di crisi e di violenza.

La descrizione di Egeria mette in risalto una liturgia dinamica, itinerante, con spostamenti continui tra i diversi luoghi santi. Una vera e propria geografia spirituale intesse il cammino di quanti trovano, in quelle liturgie, l’asse portante dei giorni e della vita.

La Settimana Santa inizia con una solenne processione, ricordando l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Appuntamento all’Eleona (sul Monte degli Ulivi, accanto all’odierna chiesa del Pater Noster), secondo le indicazioni fornite dall’arcidiacono. I fedeli portano rami e cantano inni: “Dall’alto del Monte degli Ulivi si fa a piedi l’intero cammino. Tutto il popolo procede davanti al vescovo con inni e antifone, rispondendo sempre: Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

Nei giorni successivi, fino al giovedì, la comunità si raduna all’Anastasis (Santo Sepolcro): “Tutti si radunano per ascoltare le scritture e pregare con devozione”. Questi giorni non commemorano eventi specifici, ma costituiscono un tempo di attesa e preparazione spirituale al mistero pasquale. In particolare, il martedì, una processione notturna conduce i fedeli all’Eleona, presso la grotta dove Gesù era solito insegnare ai discepoli, per leggere e meditare la parola del Vangelo (la grotta fa memoria dell’insegnamento escatologico, Mt 24-25).

Nel medesimo luogo, la notte del giovedì, ci si reca per una veglia prolungata, fino al mattino. Nel consueto annuncio, l’arcidiacono la qualifica come “un faticoso impegno”.

Abitualmente, nelle liturgie di Gerusalemme, Egeria narra il binomio Eleona e Imbomon (luogo memoriale dell’Ascensione). Indubbiamente la prossimità di luoghi favoriva l’abbinamento (ancora oggi nell’itinerario classico dei pellegrinaggi le due visite sono congiunte), ma non va trascurato il senso di compimento/culmine del mistero pasquale e della vita di Gesù, compiutosi al momento dell’Ascensione. Una sorta di slancio vitale verso l’alto che certamente appassionava Egeria e gli altri celebranti.

Le processioni continuano ancor oggi a collegare i luoghi santi, trasformando la città in uno spazio liturgico unitario. Non si tratta semplicemente di commemorare gli eventi evangelici, ma di ripercorrerli fisicamente, inserendo il corpo dei fedeli nel racconto della Passione, sempre attraverso la lettura dei testi sacri, soprattutto dei Vangeli.

Ad esempio la sera del giovedì santo, al termine di un tempo di adorazione alla Basilica delle Nazioni (Getsemani), una processione attraversa la valle del Cedron per raggiungere la chiesa di San Pietro in Gallicantu, memoria del rinnegamento di Pietro. Nel silenzio della notte, ci si porta nei luoghi in cui avrà inizio il cammino della passione, che culminerà sul Golgota.

 

 

Molta fisicità nel venerdì santo, per l’adorazione della croce. Non mancano gli eccessi e la nostra pellegrina riporta l’episodio di un tale che morse il legno della croce per procurarsi una preziosa reliquia. Ai tempi di Egeria i diaconi vigilano, per evitare “che qualcuno, venendo vicino, non osi ripetere quel gesto”. I gesti consentiti sono molto significativi. La reliquia della croce viene toccata con la fronte e poi con gli occhi, infine il bacio.

A seguire, tre ore di letture bibliche e salmodie. Profezie e compimento di una salvezza sempre attesa e nuovamente realizzata, in carne umana. La celebrazione, annota Egeria, è accompagnata da pianti “indicibili”. Nessuno, né grande né piccolo, resta insensibile di fronte a tutto quello che il Signore ha sofferto per noi.

Silenzio e meditazione nel sabato, presso l’Anastasis (Santo Sepolcro). La comunità attende la Risurrezione, contemplando il mistero della tomba vuota e preparando il cuore alla gioia pasquale. La celebrazione eucaristica pasquale si svolge nella chiesa maggiore del Martyrium, alla presenza dei neofiti, subito dopo aver ricevuto il battesimo. Non può mancare un ulteriore lettura del Vangelo della risurrezione, nel luogo e nel tempo che la liturgia rinnova e vitalmente dona.

Egeria percorre la città di Gerusalemme celebrando, camminando. I luoghi non sono solamente memorie ma protagonisti. Un “testo vivente” in cui scrivere anche la propria vita, in ogni tempo. La scrisse Egeria e tutti i pellegrini, attraverso i secoli. La disegnarono i residenti di ogni tempo e la comunità cristiana che ancora perpetua la bellezza di quel “testo”, abitato e radioso.

Alcuni studi hanno evidenziato come questa organizzazione spaziale dia origine a una vera e propria topografia teologica: la liturgia si sviluppa seguendo la logica narrativa dei Vangeli, e i fedeli partecipano a questa narrazione attraverso il movimento.

Fondamentale è il coinvolgimento della comunità. Egeria descrive come le celebrazioni siano caratterizzate da lunghe veglie notturne, processioni affollate, ascolto continuo della Parola. Corpi e storie personali che si incontrano, vivono e rivivono, vedono il Risorto.

Una pedagogia olistica per una vita umanamente matura e responsabile, profonda e significativa.

La testimonianza di Egeria mostra una liturgia pasquale che vive della relazione inscindibile tra memoria e luogo. A Gerusalemme, in maniera particolare, celebrare significava muoversi, camminare, attraversare gli spazi della salvezza, sostare là dove gli eventi evangelici hanno preso forma. La città diventa così una liturgia vivente.

Se un conflitto e le limitazioni imposte per ragioni di sicurezza, possono impedire le grandi adunanze e processioni, o anche il semplice accesso alla Basilica della Risurrezione; non si può certamente arrestare la pulsione vitale dei cristiani di Gerusalemme. Ancora si scenderà dal Monte degli Ulivi verso la Città Santa, ancora lo slancio vitale risalirà dal Getsemani al luogo dell’Ascensione. Ogni chiesa, anche il più circoscritto oratorio nelle case religiose, sarà solennemente affollato, come il Martyrium della chiesa grande.

Se per Egeria il luogo rendeva viva la memoria, oggi è la memoria a dover custodire il luogo. L’itinerario che non è possibile percorrere fisicamente, viene fortemente interiorizzato, luogo spirituale da ritrovare ovunque.

La testimonianza di Egeria ci ricorda che la fede cristiana è sempre un cammino, capace di attraversare e superare ogni prova, il male e la morte. I sentieri di Gerusalemme sono gli stessi di ogni borgo e città, dalle campagne alle metropoli. Li percorreremo insieme, in questo come in ogni tempo. Sarà sempre risurrezione e vita nuova.

 

 

Foto di apertura: Gerusalemme: Basilica della Risurrezione.
Foto interna: Mappa del Monte degli Ulivi, disegno di Jean Zuallart in Il devotissimo viaggio di Gerusalemme (1586).