di Luciano Ruga
In questo articolo consideriamo la risurrezione e le apparizioni post-pasquali. L’intento della rubrica è, infatti, approfondire e attualizzare il pensiero del fondatore dei Silenziosi Operai della Croce, esponendolo maggiormente alla luce della risurrezione.
Non fa certo meraviglia riscontrare un “focus” particolare centrato sulle pagine della passione e morte di Gesù. La sfida al non senso della sofferenza, sperimentato in prima persona, ha condotto Luigi Novarese a dedicare un’attenzione quasi esclusiva all’esperienza dolorosa del figlio di Dio. Tuttavia, sarebbe lecito aspettarsi un discreto lavorio anche sulle pagine evangeliche della vita nuova, della vittoria sul male e sulla morte.
La sezione della sinossi riservata alla “Passione” è ricca di annotazioni (dalla semplice sottolineatura a brevi frasi) in tutte le pagine. La parte di “Resurrezione, Apparizione e Ascensione del Cristo”, ha una sola breve nota di poche parole oltre a quattro segni, in pagine diverse, per evidenziare il testo. La sproporzione risulta con evidenza, a confermare la doverosa opportunità di proseguire la riflessione di Novarese, che certamente non pensava di aver esaurito, personalmente, quel compito di studio ed evangelizzazione che stava affidando alle sue fondazioni (Centro Volontari della Sofferenza e Silenziosi Operai della Croce).

L’unica frase (l’originale è riportato nella foto) fa riferimento a Lc 23,25-26 (apparizione ai discepoli di Emmaus): “O stolti e tardi di cuore a credere tutto ciò che han detto i profeti! Non doveva forse il Cristo soffrire queste cose ed entrare [così] nella gloria?”. Il beato annotava: “tutti che col Cristo fanno una cosa sola”. Tutti un po’ stolti e tardi, certamente (chi potrebbe presumere saggezza davanti alla sofferenza e alla morte?). Soprattutto, per l’ideale apostolico di Novarese, tutti partecipi delle sofferenze di Cristo per entrare con lui nella gloria. Tema ricorrente nelle sue considerazioni. In un testo del 1976 lo troviamo sinteticamente incolonnato, nelle elencazioni tipiche di molti scritti del beato:
“L’EVANGELIZZAZIONE NON PUÒ PRESCINDERE DAL MISTERO DELLA CROCE:
– perché l’annuncio della salvezza lo implica, in quanto la Redenzione scaturisce dalla Croce di Cristo;
– perché l’amore di Dio Padre, di Dio Figlio e di Dio Spirito, che viene annunciato agli uomini, ha la sua manifestazione più forte nella Croce di Gesù;
– perché la nostra risposta all’amore di Dio, come il “Fiat” dell’Immacolata, si concretizza nell’abbracciare la via della Croce dietro Cristo;
– perché la speranza della Risurrezione, che anima tutto il Messaggio della Salvezza, si alimenta attraverso la nostra assimilazione a Cristo che si sacrifica per amore del Padre e dei fratelli: dobbiamo inserirci nella Sua Passione per essere partecipi della Sua Resurrezione”.
(L’Ancora: n. 10/11 – ottobre/novembre 1976 – pag. n. 3-64).
Ciò che potremmo fare, proseguendo l’intento del beato Luigi, è approfondire gli elementi di spiritualità e di azione apostolica che derivano non solo dalla partecipazione alle sofferenze di Cristo (come sacrificio espiatorio), ma ancor più dalla partecipazione alla vita risorta di Cristo, che è il tempo presente della vita cristiana in questo mondo (come potenziamento divino dei valori che ogni essere umano porta in sé).
Novarese rifuggiva da un insano dolorismo, tuttavia, trasfigurata dalla risurrezione, la sofferenza torna ad essere, negli scritti, l’elemento conclusivo: “Parliamo d’impegno della croce, non di un dolorismo fine a se stesso, ma della croce trasfigurata dalla risurrezione, che va dall’osservanza dei dieci Comandamenti, all’impegno del lavoro e dell’accettazione del dolore per amore”. (ibidem)
La croce trasfigurata dalla risurrezione può ancor più illuminare l’impegno a rendere migliore la vita propria e altrui, a testimoniare la forza vitale della natura umana, ad offrire esperienze di valori e di bellezze capaci di vincere (trasfigurare) le sofferenze dei nostri cammini, anche nei momenti più difficili.
Non bisogna arrendersi ad una dimensione orizzontale, che il beato rigettava con forza: “Va denunciato l’equivoco per gli ammalati, provocato da quelle Istituzioni o Associazioni che si qualificano ecclesiali, ma che confondono enormemente le idee perché, mettendo in secondo ordine l’impegno di un’autentica evangelizzazione, fondano il proprio sistema educativo unicamente sul piano umano ed orizzontale”.
Si tratta piuttosto di entrare in una dimensione di profondità, che è infinita nella comunione con Dio. Un piano umano e radicale.
La grande profondità che raggiungiamo trasfigurando la sofferenza, aprendola ad una dimensione vitale, salvifica, va ampliata ed estesa come forza amante, appassionata, ad ogni aspetto dell’esperienza umana: le relazioni, il lavoro, lo sport, l’arte, la cultura, l’ecologia, la cura… Sono in effetti realtà che certamente permangono, vive ed efficaci, nelle situazioni di malattia e disabilità, comunque nelle persone che soffrono. Dimensioni necessarie per un’autentica evangelizzazione.
Foto di apertura: il beato Luigi Novarese (a destra) con mons. Pasquale Venezia, nel giardino di casa Mater Misericordiae.
Foto interna: testo sinottico di Lc 23,25-26 con nota manoscritta del beato Luigi Novarese.