di Luciano Ruga

Il Regno di Dio è profondo. Si irradia dal centro del mondo, in modo tale che ovunque, colui che inizia a scavare, potrà raggiungerlo ed entrarvi.
Nella appassionata ricerca di vita e di senso, il sofferente Giobbe si interroga proprio sulle viscere della terra, sulle più estreme profondità del mondo:

“Certo, l’argento ha le sue miniere
e l’oro un luogo dove si raffina.
Il ferro lo si estrae dal suolo,
il rame si libera fondendo le rocce.
L’uomo pone un termine alle tenebre
e fruga fino all’estremo limite,
fino alle rocce nel buio più fondo.
In luoghi remoti scavano gallerie
dimenticate dai passanti;
penzolano sospesi lontano dagli uomini.
La terra, da cui si trae pane,
di sotto è sconvolta come dal fuoco.
…[l’uomo] Scandaglia il fondo dei fiumi
e quel che vi è nascosto porta alla luce”.
(Gb 28,1-5.11.12)

Non è questo lo scavo che condurrà Giobbe alla vita; non è in una miniera che incontrerà il Regno. Tuttavia l’intensità dell’immagine educa lo spirito dell’uomo a compiere il cammino necessario verso il centro della terra, verso il cuore del mondo. Così, all’uomo Giobbe, sorge la domanda decisiva: (Gb 28,12) “Ma la sapienza da dove si estrae? / E il luogo dell’intelligenza dov’è?”

Non è per caso che nel testo sacro sia proprio un sofferente a scoprire, con intensità, la passione per la verità e per la vita. Nella sofferenza, Giobbe sperimenta che i rimedi superficiali sono molesti, come le parole vane dei suoi interlocutori, che volendo difendere Dio finiscono con tradire la divina passione per la vita. Quella che anima il cammino di Giobbe è la ricerca del Regno di Dio, nella profondità dell’essere umano.

La natura umana è tale che non incontra soddisfazione se non muovendo verso la totalità, con un coinvolgimento di sé integrale, che abbraccia l’intera esistenza, proiettandosi anche nel futuro. La sete di infinito e di eterno esige, infatti, di essere riconosciuta come scelta del continuo superamento della soglia di ciò che è superficiale. Le cose banali soddisfano talvolta in forma immediata, ma sono brevi e senza intensità: piaceri, sì, ma troppo fugaci per poter appagare il palato umano.

È come se una persona, desiderosa di un gusto dolce e appagante, si accostasse ad una torta fresca e profumata, dai molti strati e dai diversi e armoniosi sapori. Se questa persona, dopo aver leccato la glassa che sta sopra al dolce, ritenesse di averla mangiata, dichiarandosi soddisfatta; non diremmo forse di lei che ha perso il meglio? che non conosce nulla dei sapori di quella torta? Così è di chi non si lascia attrarre dai sapori appaganti del Regno di Dio e si ferma alle proibizioni e ai comandamenti, che avverte mortificanti. Disinteressato al cammino, si ferma a consumare, nell’immediato, dei sapori che non appagano.

Scavare nella propria vita significa invece esprimere e coinvolgere ciò che è propriamente umano: la libertà, la capacità di un amore autentico. Significa determinare il proprio cammino con scelte e progetti durevoli, aderendo a valori e a ideali che rendono la persona matura e adulta. Una persona capace di gustare i sapori più squisiti, quelli veramente umani, che il Cristo risorto continua ad imbandire sulla mensa dei suoi discepoli.

Immagine: Memoriale della locanda del Buon Samaritano, tra Gerusalemme e Gerico. Abitazione in grotta del sec. I a.C.