di Luciano Ruga
Le promesse, si sa, sono al futuro. Le grandi promesse, come quelle che leggiamo nella Bibbia, richiedono una certa voglia di futuro a coloro che ne sono i destinatari. Non basta fermarsi in attesa, pregando il Signore affinché compia le sue promesse.
A volte i destinatari, tanto per ingannare l’attesa, riescono anche a tornare indietro, piuttosto che guardare e camminare in avanti. Così ci dedichiamo, gioiosamente, a celebrare gli anniversari…
Isaia (65,17) ha provato a metterci in guardia, avvisando che, da parte di Dio, sta arrivando una copiosa fornitura di nuovi cieli e nuova terra.
Il passato, ci dice Isaia, non si ricorderà più, non verrà più in mente. La cosa è seria e va oltre la pur notevole considerazione degli intramontabili versi di “Simmo ‘e Napule paisá”:
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…
chi ha dato, ha dato, ha dato…
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!…
(Versi di Peppino Fiorelli – Musica di Nicola Valente, 1944).
La storia è certamente importante e maestra di vita, ma le promesse sono per il futuro. Può darsi che un anniversario ci faccia celebrare il raggiungimento di grandi traguardi esistenziali ed apostolici, confortandoci in un presente difficile e verso un futuro incerto.
Forse ricordiamo i bei tempi, ritenendo che allora, veramente, come direbbe Isaia (66,12), la pace scorreva come un fiume verso Gerusalemme (e anche nei dintorni). Noi però stiamo vivendo adesso e siamo chiamati a novità, che accadranno da adesso in avanti. Futuro.
Ma, giunge un’obiezione, è il Signore che compirà le sue promesse… che farà scorrere fiumi di pace, che a Gerusalemme consolerà il popolo. Noi, recita talvolta un certo elogio della pochezza umana, siamo povere creature, umili servitori, piccolo gregge…
Il tempo futuro è rispettato. Il Signore farà, manderà, consolerà, trasformerà, compirà il suo provvido volere.
Intanto le situazioni peggiorano: a Gerusalemme (soprattutto nei palazzi del potere che stanno anche nei dintorni della città) di pace non ne scorre e di consolazione se ne vede davvero poca.
Che fare? Proviamo a giocarci la carta delle novità. È una idea di Isaia (ricordiamo cieli e terra nuovi) e potrebbe funzionare.
Giunge un’altra obiezione, tipica, a stigmatizzare i cambiamenti, quasi fossero di loro natura vacui e un po’ fine a se stessi: “non va bene cambiare così, tanto per cambiare”.
Tuttavia, quando siamo messi male, l’obiezione potrebbe anche restare inascoltata. Cambiare comunque sia, potrebbe essere una mossa; perlomeno è in avanti (e già questo non è male).
Certo stiamo parlando di cambiamenti fatti usando cervello e cuore contemporaneamente, dando profondità e serietà alle situazioni.
Prudenza, sapienza, con tutta la gamma dei discernimenti in voga, però cambiare qualcosa (o anche tutto nei casi più gravi): novità.
Dio manda nuovi cieli e nuova terra e anche noi dobbiamo andare incontro al futuro con un paio o tre di cose inedite, nuove, diverse, alternative… proviamoci, che sarà mai?
Foto: Turchia, Efeso, Biblioteca di Celso, 135 d.C. (foto d’epoca).