di Joseph Hoina

 

Quando tutto chiede salvezza, è necessario offrire una risposta autentica e profonda.

Una salvezza intesa non soltanto nella sua dimensione escatologica, ma anche come esperienza di guarigione integrale, capace di abbracciare la persona nella sua realtà fisica, psicologica, relazionale e spirituale.

In tale prospettiva emerge un interrogativo di grande rilevanza pastorale: quale risposta è chiamata a offrire oggi la Chiesa al bisogno profondo di salvezza, espresso dai giovani nell’epoca post-pandemica?

Gli anni successivi al Covid-19 hanno infatti evidenziato, con particolare intensità, numerose forme di sofferenza: disturbi del comportamento alimentare, autolesionismo, depressione, solitudine, bullismo e un diffuso senso di smarrimento esistenziale.

Tali fenomeni non possono essere considerati esclusivamente come problematiche psicologiche o sociali, ma costituiscono un autentico appello pastorale che interpella la missione evangelizzatrice della Chiesa.

 

 

Alla luce di questa realtà, la comunità ecclesiale è chiamata a delineare un nuovo stile pastorale, fondato su quattro orientamenti fondamentali.

Anzitutto, è necessario contrapporre alla cultura della prestazione la cultura dell’accoglienza della fragilità, aiutando i giovani a riconoscere che il valore della persona non dipende dai risultati raggiunti, ma dalla sua intrinseca dignità di figlio amato da Dio.

In secondo luogo, occorre invertire la logica dell’attivismo permanente, che impone di fare sempre di più, promuovendo invece una pedagogia della sosta, del silenzio e del discernimento, nella quale il giovane possa ritrovare se stesso e riscoprire la presenza di Dio nella propria vita.

Un terzo orientamento consiste nel ripensare il rapporto con il limite, riconoscendo che fragilità e vulnerabilità non rappresentano anomalie da eliminare, bensì dimensioni costitutive della condizione umana. Esse possono diventare il luogo privilegiato dell’incontro con Dio e della maturazione personale.

Infine, la Chiesa è chiamata a promuovere una vera cultura della cura, intesa come capacità di custodire e accompagnare la fragilità dell’altro con rispetto, prossimità e responsabilità, trasformando la vulnerabilità in spazio di comunione e di speranza.

Questa visione trova una sintesi eloquente nella spiritualità di Lourdes, che offre un paradigma pastorale di straordinaria attualità.

Lo sguardo, che riconosce la dignità dell’altro; la compassione, che si lascia toccare dalla sofferenza; l’accompagnamento, che condivide il cammino senza sostituirsi alla persona; e il sorriso, segno concreto della speranza cristiana. Sono questi i pilastri di una Chiesa capace di rispondere alle ferite del nostro tempo con la forza discreta e trasformante del Vangelo.